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Azul: amore universale, multietnicità e suggestioni mediorentali

Azul

Vi è mai capitato di ascoltare una canzone e sentirne l’anima? Personalmente ho sempre trovato affascinante il verbo to feel, che in inglese significa sentire. Da esso però trae origine anche il sostantivo feeling che descrive la connessione immediata che si instaura tra due persone, il sentirsi riferito all’anima. Ho sempre riflettuto su questa sostanziale ambivalenza che permette ad una sensazione intellettiva di farsi concreta.

Quando ho ascoltato per la prima volta Rio, ultimo singolo degli Azulⴰⵣⵓⵍ che ha visto la partecipazione di Jovine, mi sono ritrovata catapultata nelle strade delle capitali, dove si può respirare la multietnicità, quel mescolarsi di culture diverse che incontrano quella autoctona e la contaminano rendendola migliore. Nelle grandi città ci sono strade in cui l’odore di spezie si mescola a quello del caffè, altre in cui il caratteristico profumo dei Baklawa evoca paesaggi arabi. E ho percepito la fragrenza del tè mediorientale, che in quelle culture ha all’incirca lo stesso significato che per noi campani ha il caffè: loro te lo offrono, tu devi accettare. In Turchia, ad esempio, il tè viene servito in recipienti piccoli perché è un vero e proprio rito di condivisione e fratellanza.

Quella degli Azulⴰⵣⵓⵍ è una storia che parla lingue diverse, racconta di contaminazioni tra generi e culture, ma soprattutto è manifestazione pura del sentirsi. Non a caso il nome della band deriva da una parola berbera che significa “Vieni verso il mio cuore”. Perché se è vero – come dicono – che l’arte unisce, è anche vero che se hai il coraggio di spalancarne le porte ti fa viaggiare, ti fa attraversare il deserto e poi ti porta indietro, cambiata. “Es como un río”.

Il video di Rio, ultimo singolo degli Azul

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